
La voce narrante di questo romanzo è quella di un insegnante di chimica. Marcella, sua moglie, è scomparsa a causa di una implacabile leucemia. Hanno vissuto felici per molti anni, lui nella scuola, lei in un laboratorio di analisi. Ma ora lei se ne è andata e per lui si apre un vuoto incolmabile, un baratro nel quale la sua vita si inabissa rapidamente: esce poco, se non per andare al bar sotto casa, a bere caffè corretti e giocare al “gratta e vinci”; trascura se stesso e l’appartamento, dove comincia a diffondersi disordine e sporcizia; si distanzia sempre più dalla realtà che lo circonda e arriva anche a perdere il lavoro. Nel resoconto di questa caduta, però, pare lucidissimo e consapevole. E pensa – sperduto e, nuovamente, senza darsi alcuna razionale spiegazione – alla figlia Beatrice, fuggita da casa molti anni prima e ora lontana, in Bretagna, insensibile a qualsiasi appello. Poi all’improvviso, davanti alla tv, un’intuizione: il decesso della moglie ha un responsabile, che dunque deve pagare per ciò che ha fatto. L’abisso in cui il protagonista cade è ancora più nero, finché, in modo insospettato, Beatrice ritorna e le cose sembrano subire uno sviluppo del tutto inatteso. Anzi, due sviluppi, uno che sa di allucinazione definitiva e uno più reale, e realistico, che sa di piccola-grande pacificazione, pur nella rivelazione di un gesto drammatico.
Questo romanzo è un esempio di ciò che si potrebbe definire un’occasione mancata. Perché l’Autore – che è docente universitario e attualmente porta le vesti di assessore alla cultura nella città di Roma – possiede i mezzi (scrive bene, pesa e lima opportunamente le parole), ha un’intuizione interessante (su quella che è la classica chimica dei sentimenti) e riesce pure a descrivere con chiara (e quasi disturbante) durezza che cosa può accadere – e rapidamente, e quasi senza che se ne accorgano – alle persone, le più normali, che tuttavia sperimentano traumi, restano sole e faticano a guardare attorno a sé e a trovare le giuste risorse. È a questo punto che la storia avrebbe potuto accelerare davvero, farsi meritevole del fondo più fondo, così bene illuminato. Viceversa, la trama rimane sempre sospesa sull’ordinario. E a ciò si allude non tanto per l’andamento normalizzante del plot, o per un certo senso di implicita ricerca di un lieto fine, bensì per il fatto che nei pensieri del protagonista come nella trama complessiva si diffondono immagini un po’ stereotipiche: su alcune alienazioni della società contemporanea; sul rapporto tra padri e figli, o tra giovani e vecchi; sull’invincibile vantaggio dei più forti e spregiudicati; sull’assenza e indifferenza delle istituzioni pubbliche; sulla prospettiva della fuga e del ricovero in relazioni più elementari e autentiche come orizzonte di salvataggio. Insomma: il libro – che sicuramente si fa alfiere di una tensione etica e civile del tutto commendevole – porta con sé un retrogusto dolciastro, forse addirittura buonista; con qualche cattiveria in più avrebbe potuto decollare davvero.
Recensioni (di G. Bettini; di B. Caputo; di E. D’Alessandri; di G.C. De Carlo)

Non c’è dubbio che scrivere di Roma è difficilissimo. Evoca troppe cose; e troppe cose in effetti ci sono, a Roma. Tra cui la famosa e decantata bellezza, che troppa e diffusa è per definizione, e della quale, però, questo libro fa giustizia, scegliendo, senza negare il fascino della città, di darne una raffigurazione anticonvenzionale, complessa, ambigua, esuberante e molteplice. La Roma di Picca – che con Roma mia, non morirò più completa un trittico, assieme ad Arsenale di Roma distrutta e a Il più grande criminale di Roma è stato amico mio – è un variopinto assemblaggio corporale di tantissime immagini: ricordi personali, spezzoni narrativi, ritratti e “cartoline”. È una rassegna, idiosincratica e viscerale, caratterizzata dalla ricerca ostinata e appassionata di volti emblematici, storie individuali e collettive, personaggi famosi e marginalità altrettanto esemplari, periferie profonde e luoghi simbolici. Un elenco è impossibile, perché il testo – che è la punta di un iceberg, perché si comprende che l’Autore ha voluto comporre una vera e propria inchiesta sentimentale, condotta sul campo – raccoglie 92 pezzi, scritti in momenti diversi, tanto brevi quanto incisivi ed empatici. Sono numerosi i passaggi belli, perché intensi, divertenti o dolcemente malinconici: su Amelia Rosselli, su Margherita Buy, su Er Zagaia (barista a Capocotta), su Padre Elverino (dell’Oratorio di don Bosco), su Er Francesino (pugile), sulla camiciaia di Via Tacito 38A, sulla farmacista della Farmacia Centrale di Via Cola di Rienzo, sulla dialettica tra Roma Sud e Roma Nord, su Mario Schifano, sulle commesse di Cinecittà, sull’Olgiata, su Piazzale Clodio, sui burattini al Gianicolo, sul campo da calcio di Testaccio, su Tor Bella Monaca… Ma ci sono anche dei piccoli e deliziosi racconti (Animali, Il Leonesso e ‘a Liona, Il volo, La vedova nera, Maria, Olga…), stranianti e riuscitissimi.
In questa Roma c’è buona parte di ciò che a Roma è veramente unico. Roma, infatti, è un vero buco nero, capace di attrarre con forza magnetica irresistibile l’alto e il basso, la ricchezza e la povertà, la poesia e il crimine, il nobile e il volgare. Ed è una qualità che si scova dove meno la si può immaginare, nell’indagine su ciò che ora appare definitivamente sparito. Lo spiega bene Picca quando descrive, ad esempio, la “gola di Roma”, oggi lontana da Trastevere o da San Lorenzo e ri-trovata in piazza Gasparri a Ostia, con “i sapori, la distruzione del tempo, la quotidianità, i muri che si legano alle persone e calano nel sudore”. O anche quando si evocano le località periferiche o extracittadine: che siano quelle del sacro mito pre-latino (cariche di una magia lungolatente e pungolante) o quelle dei cantieri e delle officine (esemplare il pezzo su Ponte Galeria) o quelle, ancora, di un contado rimasto sorprendentemente sospeso (come nel brano su Osteria Nuova). E poi c’è – ovviamente, verrebbe da dire – l’altro veicolo per eccellenza: la notte, come occasione di esplosione di orizzonti, di esperienze, di avventure, di scoperte. Alla fine sono tre i rilievi che questo libro sollecita. Il primo è che Picca si affianca, col suo stile felino ovviamente, a quelle opere (i libri di Fernando Acitelli, Lo stradone di Francesco Pecoraro…) che hanno cercato, in modo diversamente esagerato, di riprodurre quell’immersione psico-fisica, socio-culturale e popolare tout court che è necessaria alla comprensione di Roma, della sua originalità e delle trasformazioni che ha conosciuto. Il secondo pensiero è che di Roma mia, non morirò più si potrebbe additare un utile complemento saggistico (un amplificatore di suggestioni), Remoria di Francesco Mattioli, che scava nell’oscura e rigogliosa forza alchemica ed escatologica della città e dei suoi contorni. Da ultimo, si ha l’impressione che la Roma di Picca – nel variopinto vociare dei brevi capitoli del libro – delinei perfettamente quel Paesone, o quella Grande Provincia, che a buon diritto, dunque, è Capitale di tanti Paesi e Province, con tutte le loro piccole e grandi vene pulsanti.
Recensioni (di R. Banhoff; di A. Venanzoni)
Una (simpatica) intervista all’Autore

Questo libro racconta la storia singolare del vecchio Konrad Lang, anziano tuttofare della ricchissima famiglia Koch. Storia che si avvia da un incidente assai increscioso: la sontuosa villa di Corfù di cui è custode prende fuoco proprio a causa di una sua distrazione. Eppure, anziché sfiduciare e abbandonare Konrad, Elvira Senn, la matriarca dei Kock, decide di portarselo vicino, in Svizzera, e di foraggiarlo con un appannaggio settimanale. Apparentemente non v’è nulla di strano: Konrad è stato l’onnipresente amico d’infanzia di Thomas Koch, l’erede della dinastia e padre del rampollo Urs, destinato a succedere alla stessa Elvira nella guida dell’impero industriale. In realtà si avverte che la sollecitudine di Elvira non è dovuta all’affetto, bensì alla volontà di gestire e controllare Konrad. Che di Thomas, arrogante, indisciplinato e pluridivorziato, è stato anche gregario fedele e, forse, custode di molti segreti. Fatto sta che il piano di Elvira si complica, perché Konrad – che nel frattempo corteggia premurose signore e riscopre, oltre all’amore, anche un po’ di autonomia e indipendenza – capisce di avere il morbo di Alzheimer. Elvira, dunque, lo avvicina ulteriormente a sé, complice la premura della giovane moglie di Urs, Simone. Tuttavia, tra fortunose sperimentazioni terapeutiche e peggioramenti verticali, i nodi verranno improvvisamente, e implacabilmente, al pettine, in una conclusione thriller che per un attimo si tinge anche di giallo.
Com’è piccolo il mondo! è il primo romanzo scritto dal noto autore svizzero; risale al 1995, è stato premiato in più occasioni e ha dato vita ad una trilogia (assieme a Il lato oscuro della luna e L’amico perfetto). Vi si possono apprezzare molte delle originali caratteristiche che rendono Suter sempre gradevole. A condizione, però, di non indugiare troppo nella presentazione che si trova sul risvoltino di copertina: i libri di Suter, infatti, rendono al meglio solo se affrontati con fiducia totale e pazienza, senza anticipazioni di sorta, lasciandosi guidare dall’irresistibile senso di attesa che percorre ogni trama, fino in fondo. Da questo punto di vista, Small World – che è il vero titolo dell’opera, da cui nel 2010 è stato pure tratto un film con Gerard Depardieu – è in tutto e per tutto esemplare. Il tono è meramente descrittivo, il progredire è lento. Ma pagina dopo pagina si cominciano a intravedere piccoli indizi: l’andirivieni tra passato e presente si intensifica, le situazioni si fanno propizie, il caso ci mette del suo, espressioni verbali e nomi si dimostrano forieri di strane e allusive ambiguità. E la sottile, eppure sferzante, ironia dell’Autore si percepisce, assieme al suo interesse, così pronunciato e delicato, per gli uomini e le loro fragilità, e per le miserie travolgenti e i gesti miracolosi e gratuiti di cui sono capaci. Si potrà notare che nel romanzo i meccanismi narrativi di Suter non sono ancora così perfetti come nei lavori successivi: ad un certo punto qualcosa si capisce, anche ben prima dell’epilogo. Ma il tocco è piacevolissimo, come lo è l’intuizione che siano le malattie a segnare la via di un insospettato e imprevedibile riscatto.