Siamo solo conchiglie / sparse sulla spiaggia (Andrea Lazlo De Simone)

Un importante storico delle religioni e antropologo si misura con una delle questioni più controverse del suo ambiente e del panorama scientifico del secondo dopoguerra: quanto è vero che Mircea Eliade – studioso e scrittore di fama mondiale, e ammirato e celebrato caposcuola di un importante e influente orientamento intellettuale – si era legato, nella Romania degli anni Trenta, ai movimenti fascisti e alle convinzioni antisemite dei legionari di Corneliu Zelea Codreanu e della Guardia di Ferro? Il tema non è nuovo. In Italia, specialmente, è assai noto, visto che tra coloro che hanno approfondito criticamente il passato di Eliade figurano molti italiani (tra cui Roberto Scagno, Furio Jesi e Alfonso Madia Di Nola). Ma l’Autore di questo libro costruisce una nuova indagine, focalizzando l’attenzione sul rapporto tra Eliade e il suo allievo Ioan Culianu, e sulla misteriosa morte di quest’ultimo, ucciso nei bagni dell’Università di Chicago, presso la quale aveva raccolto il testimone del maestro. Dunque, per Lincoln (che ha conseguito il dottorato sotto la supervisione di Eliade), gli enigmi da risolvere sono due: quello sul discutibile, e rimosso, retroterra politico del giovane e attivissimo Mircea; e quello sull’assassinio di Culianu, il discepolo appassionato e fedele, che pure tanto aveva combattuto per scoprire egli stesso la verità sul suo mentore e custodirne la memoria. Il volume è tanto puntiglioso quanto scorrevole. In una sua prima parte, si ricostruiscono le ragioni della ricerca, il contesto della Romania tra le due guerre mondiali, i pregressi politici di Eliade, la sua evidente reticenza post-esilio e il discorso pubblico e scientifico sul retroterra e sulla autenticità di taluni scritti potenzialmente compromettenti attribuibili allo studioso (specie attraverso le polemiche sollevate molti anni dopo da alcuni attenti osservatori). Nella seconda parte, si analizzano in dettaglio le mutazioni, e le contraddizioni, che nel tempo hanno sperimentato le posizioni di Culianu (dapprima più libere e poi via via più caute e “conservative”), cercando di gettare luce sul movente e sull’autore dell’omicidio, e giungendo, in proposito, ad un’ipotesi sorprendente (ma solo in apparenza).
Il fatto è che l’indagine di Lincoln, più che per le conclusioni, merita un cenno per la sua attinenza a un problema frequente e spesso delicato in moltissimi ambiti accademici. Il suo, infatti, è il rovello in cui gli intellettuali di oggi sempre si agitano allorché emergano lati oscuri dei tanto ammirati intellettuali di ieri: come se, in definitiva, il tribunale della storia mettesse a rischio quello della conoscenza. Perché non c’è dubbio, da un lato, che non è per nulla secondario capire chi davvero si è trovato da una parte giusta o da una parte sbagliata (per scelta deliberata, per casualità, per opportunismo o arrivismo…). Al contempo, però, è sacrosanto sottolineare – con parole che prendo da un bellissimo romanzo, letto anch’esso di recente – che “l’intelligenza, il talento, il genio non hanno mai impedito di sbagliarsi” e “si direbbe, anzi, che che aiutino a immergersi ancor più in tutta la profondità e nel cupo splendore dello smarrimento”. Sicché, a ben vedere, non c’è nulla di strano nel constatare che nella medesima figura di grande studioso possa sovente convivere una figura di uomo piccolo e ostinatamente cieco. E non è detto che la seconda sia idonea a cancellare sempre la prima; come non è detto che i “figli”, o i discepoli accademici, debbano di per sé “pagare” i gesti o le opzioni pubblici dei loro pur autorevoli maestri, al punto da sentirsi inevitabilmente spinti verso contegni (questi si) poco oggettivi (di difesa ad oltranza, sino alla negazione, ovvero, all’opposto, di spontaneo e severo revisionismo). Onor di verità, in altri termini, obbliga ad accettare, senza contraddizione alcuna, che un cattivo maestro possa essere stato anche un ottimo e imprescindibile scienziato, e viceversa. E che sia proprio la più onesta e lineare delle interrogazioni a farci capire la complessità degli animi e delle esperienze, onde trarne ammonimenti e insegnamenti più saldi e consapevoli.
Una recensione (di W. Catalano)

Di Vincenzo Pardini ho scritto in altre occasioni (a proposito de Il postale, Il viaggio dell’orsa, L’accecatore e Il valico dei briganti). È una delle figure più originali e sincere del panorama letterario italiano. E la lettura de I figli di Wanda e altri racconti è come un ritorno a casa. In senso anzitutto soggettivo, perché hanno un timbro confortevole. Ed anche in un senso oggettivo, dal momento che sono testi molto rappresentativi di quel grande e caratteristico filone – il principale – che, nelle opere di Pardini, chiama in gioco il rapporto tra uomini e animali. Un rapporto che, come sempre in quest’Autore, non è scandito da visioni pregiudiziali o banalizzanti; ma è animato da un istintivo senso di compartecipazione e ammaestramento reciproco, se non di ricongiungimento. È una traiettoria che non è mai univoca, e sa essere preziosa, quasi sacra, eppure ferina e talvolta terribile. I figli di Wanda – ad esempio – che del libro è il pezzo più lungo e intenso, vede un anziano rimanere gradualmente attratto, come per una irresistibile forza magnetica, verso i luoghi e i linguaggi di una lupa e del branco che attorno a lei si forma. La stessa forza avvince anche altri animali (un asino, in Contagio del lupo, o un montone, in Piazza Arieti); oppure frena o, all’opposto, istiga altri uomini (Tacca di mira); o li travolge (L’agguato). I lupi sono certamente i principali protagonisti di queste trame. D’altra parte appartengono ad un immaginario mitico di richiamo ancestrale. Ma non sono gli unici (v. La ghiandaia di Enzo e Una barca di anatre). Tutti gli animali sono presenze simboliche e catalizzatrici: di persone, e pure di ricordi o di traumi, da difendere o da metabolizzare e superare. Più che in precedenti occasioni, Pardini – sulle orme di Jack London – raffigura l’animalità come una sorta di bussola, che è disponibile solo a chi la sa ritrovare e utilizzare, e che, tuttavia, può essere anche disorientante ed esiziale. È il banco di prova di una moralità molto diversa da quella di chi è esclusivamente uomo. C’è un altro motivo, poi, per il quale lo scrittore garfagnino è sempre un buon interlocutore: il lessico e lo stile sono inconfondibili, materici, polposi, carichi di rinvii a dimensioni che sono passate e presenti allo stesso tempo. Pure i refusi vi trovano un senso, perché in un epos tanto spontaneo concretano la prova che Pardini ambisce – del tutto legittimamente – ad essere uno dei più bravi cantastorie in circolazione.
Recensioni (di B. Di Monaco; di I.L. Galgano)

Non è facile definire questo libello, anche perché – al di là del fatto che di libello vero e proprio si tratta (poche, misurate e concentratissime pagine) – non si capisce se sia prosa a ispirazione storica, intensa prova poetica od opera morale a tutti gli effetti. Spezzerei una lancia per quest’ultima opzione. Ma quello classificatorio non è un dato rilevante. È senz’altro un lavoro raffinato, confezionato con estrema cura per dettagli compositivi e linguaggio. Quale ne è l’oggetto? L’Autore, ricorrendo a un espediente classico e consolidato (il “manoscritto ritrovato”), immagina che dallo scempio di un saccheggio si sia miracolosamente salvato un breve e inedito testo di Tommaso Moro, scritto al limitare della pena di morte che è pronta a colpirlo. Sono sette piccole meditazioni, in forma di confessione, ciascuna ascritta a uno dei vizi capitali (invidia, accidia, gola, ira, lussuria, avarizia, superbia). Dunque l’inflessibile, autorevole, instancabile e rigoroso Tommaso, prossimo all’abbandono di questo mondo dinanzi all’arbitrio di Enrico VIII, sovrano sregolato, si rivela anch’egli fragile peccatore. Certo questo, sul piano narrativo, non è aspetto originale. Si potrebbe anche pensare che, del resto, all’Autore, che dirige l’ufficio servizi funerari del Comune di Trento, sia usuale questo genere di riflessione. Ma Tassone fa un passo avanti. Il suo Moro, infatti, si strugge per il tempo che ha sprecato nel lavoro forsennato, per l’apatia degli ultimi giorni che sta vivendo, per la voglia di cibo che ancora gli è sollecitata dall’odore delle carni arrostite che sale alla torre in cui è prigioniero, per l’assurda e irosa tensione che ha provato nel confrontarsi con Lutero e Agostino, per il lussurioso compiacimento in cui i suoi ruoli e fama lo hanno insidiosamente cullato, per non essere riuscito a dare valore a ciò che lo avrebbe meritato davvero, e infine per la superbia che l’essere tanto autorevole ha generato. In fondo, al termine dei suoi giorni, è la scoperta di non essersi mai voluto sentire normale, persona comune, uguale agli altri, fragile tra i fragili, a rendere sgomento quest’uomo. A promuoverlo, o per meglio dire a santificarlo, proprio per non averle mai santificate abbastanza prima di quel momento, sono la vita stessa e l’estrema naturalità e semplicità dei sentimenti, quali solo il pensiero della morte imminente può garantire a chi è pronto ad aprirle il proprio animo. Sicché anche il titolo del libro acquista un significato, rovesciando ogni apparenza e convinzione, e dimostrando che cosa sia, davvero, quello che resta. Di fronte a un tale ritratto – elegantemente evocativo e virtuosamente incisivo – viene da dire, con il verso che Franco Battiato ha dedicato a Maria Callas in Casta Diva (Gommalacca, 1998): “la tua temporalità mi è entrata nelle ossa”, caro Tommaso. E quindi complimenti, caro Joseph.
PS: se c’è un altro merito che questo testo presenta è rimandare all’ascolto di un capolavoro della musica progressive degli anni Settanta, The Six Wives of Henry VIII di Rick Wakeman, della cui rivelazione ancora ringrazio l’amico che me lo ha suggerito proprio nell’anno in cui Battiato ha dato alla luce l’album già ricordato.
